• 18/01/2019
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Rassegna stampa 18 gennaio: Il Resto del Carlino

¦ Ravenna
ANDREA Mazzon è a Ravenna da agosto, ma forse non tutti conoscono il suo background e i retroscena
della sua carriera da allenatore. Una carriera che è iniziata nel 1985 ad appena 19 anni. Andiamo con
ordine. Mazzon giocatore. «Giocavo tra Venezia e Mestre in un periodo in cui c’erano tantissimi giocatori
forti allenati da Ettore Messina. Molti sono arrivati in serie A. Io non ero bravo quanto loro e sono andato in una squadra più piccola perché comunque ero innamorato del gioco».
Come ha iniziato ad allenare?
«Mentre giocavo. Avevo più o meno 18 anni e mi chiesero di aiutare
il capo allenatore della squadra di serie C. Seguivo il minibasket e quando l’allenatore fu esonerato a
gennaio, mi ritrovai da solo con un gruppo di 30 ragazzi, provando a tradurre gli insegnamenti che ricevevo in allenamento in consigli per loro».
19 anni era già allenatore.
«Istruttore più che allenatore. Decisi di seguire solo i ragazzi. Ho fatto corsi di aggiornamento ed ero
bravo a reclutare giocatori nei campetti per strada. Questo mi valse la chiamata in veste di assistente
della squadra junior di Mestre, dove c’erano giocatori come Pilutti e Col-debella. Allenavo e studiavo
psicologia all’università».
Le è servito per fare l’allenatore?
¦¦ In A2 gioco lento e poco spettacolare, alcuni stranieri di livello basso
«Quando esci dall’università sei talmente giovane che è raro che ti serva ciò che hai studiato. Credo sia
più psicologo un barbiere o un barista di un ventenne appena laureato».
Qual è stato il posto dove si è trovato meglio?
«Ovunque sia andato ho sempre cercato il lato positivo. Non mi interessa dove sono, mi interessa la
società e il modo di lavorare. Bellissimo a Verona e tornare a Venezia, la mia città, e portarla in serie A
non capita a tutti. I 3 anni di Napoli li porto nel cuore e i 6 in Grecia sono stati densi di successi. Ma se
dovessi scegliere dove vorrei vivere, direi l’America».
Com’è stata quell’esperienza?
«Eravamo una decina di assitenti e si lavorava tra Filadelfia e Newark a stretto contatto con la franchigia
Nba. Mi sono seduto in panchina in molte partite Nba. Il mio progetto era di rimanere là, ma in America
quando il capo che ti ha reclutato si dimette, devi farlo anche tu».
Offerte per tornare?
«Qualcuna, poi però è arrivata l’offerta dalla Cina che era economicamente irrinunciabile».
L’esperienza cinese?
«Strana. Hanno regole assurde: puoi avere soltanto due stranieri che possono giocare insieme solo per
due quarti e se non hai cinesi forti in squadra, sei spacciato. L’adattamento è stato tosto perché
nessuno parlava inglese e la mentalità è rigida: il presupposto è che la loro idea è quella giusta e non gli
fai mai cambiare parere, ma la città di Guangzhou era bellissima. Cibo a parte, è stata una bella esperienza
».
Cos’ha il basket americano in più rispetto al nostro?
«Atletismo, velocità di pensiero ed etica del lavoro. I giocatori entrano nell’impianto di allenamento alle
9 del mattino e ci restano tutto il giorno perché c’è tutto. Così si crea spirito di appartenenza. Il livello è
talmente alto che non si può paragonare, i giocatori lavorano sempre. Guardate Doncic come è cambiato
da quando è in Nba: è più magro e più atletico perché in America nulla è lasciato al caso».
Qual è stato il giocatore più forte che ha allenato?
«Faccio fatica a rispondere perché ho avuto la fortuna di reclutarne di molto forti. I due più conosciuti
sono Papaloukas e Papanikolaou. Il primo giocava da 4 ma è diventato il playmaker più forte d’Europa.
L’altro ha giocato a Houston e airOlympiakos. Entrambi hanno
vinto tutto. Ma il più forte che ho allenato è stato Davide Ancillotto. Era un prospetto eccezionale, un play
di 2 metri che ho visto crescere. È morto sul campo 20 anni fa e per me è una ferita ancora aperta».
C’è qualcuno che le sarebbe piaciuto allenare?
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«Gianluca Basile perché era un giocatore di grande coraggio ed attributi. Non si diventa capitani del
Barcellona per caso».
¦ ¦ Avrei voluto allenare Basile, un giocatore di grande coraggio
Il basket italiano ha dei problemi?
«Tanti. Ogni anno cambiano le regole e investire in questo sport per un imprenditore è un rischio enorme.
Non esiste più il corso per sviluppare allenatori e i giocatori costano alle società il 120% in più del loro
stipendio, una vera follia. Non si sviluppano più i giovani e il movimento non cresce. Se poi vogliamo
andare alla base del problema, la scuola non dedica abbastanza tempo allo sport. Due ore a settimana
non sono niente».
Quali le differenze tra Al e A2?
«In A2 il gioco è molto lento, c’è poco atletismo ed è poco spettacolare e il livello di alcuni stranieri è
davvero basso. Ci sono tanti ragazzi che credono nel sogno di diventare giocatori, ma le società e la
federazione non li aiutano abbastanza: se hanno fortuna trovano un allenatore bravo, altrimenti si perdono
e non importa a nessuno. E poi si gioca pochissimo: uno Jurkatamm che fa 15 minuti a partita, in un anno
ne gioca 600 in totale, un’inezia. Come fa a migliorare? La stagione finisce ad aprile, poi hanno tre mesi
e mezzo di vacanza in cui non fanno niente così ad agosto devono ricominciare da capo».
Mazzon fuori dal basket?
«Non ho molto tempo. L’unica cosa che mi piace fare è leggere. Leggo molti libri e guardo tantissime
partite, non faccio molto altro».
1 RIPRODUZIONE RISERVATA
I NUMERI DEL COACH
77.8
MEDIA PUNTI


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