• 14/08/2018
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Rassegna stampa 14 agosto: Stadio/Corriere dello Sport

di Damiano Montanari BOLOGNA È nato e cresciuto in Fortitudo, ma dalla scorsa stagione indossa la maglia di Ravenna. Matteo Montano, play guardia bolognese, analizza la situazione in casa biancoblù e presenta Antimo Martino, oggi coach dell’Aquila, che ben conosce… Come valuta l’annata sportiva di Ravenna archiviatasi con la mancata qualificazione ai playoff? «E’ stata una stagione di alti e bassi, sia a livello individuale, sia come squadra. Nel girone d’andata ho prodotto il migliore rendimento statistico della mia carriera, contribuendo al quarto posto dell’Orasi che è valso la qualificazione alla Coppa Italia. Poi ci sono stati un calo fisico e alcune scelte sbagliate. Coach Martino mi ha cambiato ruolo facendomi giocare come play ragionatore, una decisione che non ha giovato né a me, né alla squadra. Con Giachetti in regia avevamo un gioco molto arrembante. A me era stato chiesto di mettere ordine salendo dalla panchina. Così ho perso la mia imprevedibilità e, anche per altri fattori, Ravenna è rimasta fuori dai playoff, l’obiettivo che era stato dichiarato». Oggi Martino è l’allenatore della Fortitudo. E’ il coach giusto per la piazza biancoblù? «Martino è un bravo allenatore e una persona equilibrata, quindi un coach con un carattere diverso rispetto a chi allenava quando c’ero io in Fortitudo (Boniciolli, ndr). E’ il profilo che può servire alla piazza dell’Aquila e, per me, può far bene. Anzi, deve per forza far bene: in un campionato con tre promozioni la Fortitudo, con il mercato che ha fatto, deve salire per forza». Le è dispiaciuto che Martino non l’abbia portata con sé in Fortitudo? «Le due cose non sono legate. L’allenatore ha la sua squadra in mente e in Fortitudo c’erano già dei giocatori. Poi è ovvio che, come ho sempre detto, mi piacerebbe ritornare in biancoblù, ma probabilmente non è ancora il momento. Credo di avere bisogno di farmi le mie esperienze e vedere altre realtà. Ora sono contento di essere a Ravenna. Con l’arrivo di Mazzon in panchina e di Trovato come direttore generale il club ha fatto un importante salto di qualità». Cosa è mancato l’anno scorso alla Fortitudo per salire in A? «C’è stata troppa confusione. In campo era evidente: bastava guardare come giocava. In un campionato difficile con una sola promozione per trentadue partecipanti è necessario avere una squadra con un’identità ben definita». Quest’anno la Fortitudo è la grande favorita? «E’ la squadra da battere. E’ stato allestito un roster equilibrato con giocatori di talento e di esperienza e con caratteristiche perfettamente complementari e utili alla causa. Sulla carta non ha rivali». E Ravenna? «Sarebbe bello essere la mina vagante. Siamo cambiati per otto decimi. Saremo tutti da scoprire».


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